Belinelli, Work In Progress

24 04 2008

“Mi aspettavo di avere un po’ più di spazio, è vero, ma sono giovane e ho tanto tempo davanti. Il mio momento arriverà, lo sto aspettando con pazienza. I miei rapporti con coach Nelson? Normali”.

I piedi ben piantati per terra. E’ giusto sognare, ma appena si affronta la dura realtà bisogna rimboccarsi le maniche e ripartire in fretta.

Marco Belinelli, per tutti “Il Beli”, sembra averlo davvero capito.

E con umiltà, dopo aver tirato le somme della stagione appena terminata, è convinto che il futuro, lavorando sodo, gli porterà delle gran belle soddisfazioni.

Il Primo anno in Nba, con l’ambiziosa casacca dei Golden State Warriors, non è andato certamente come Marco si aspettava. Tutti gli Italiani avevano massima fiducia in lui, dopo averlo visto all’opera negli ultimi Mondiali (Giappone 2006) e negli ultimi Europei (Spagna 2007) , con la “canotta” azzurra (miglior realizzatore italiano in entrambe le manifestazioni).

Invece niente. Peccato. Il primo anno oltreoceano, per il ventiduenne bolognese, è passato fin troppo veloce. Belinelli ha giocato pochissimo con i suoi Golden State, pochi minuti, una partita si e otto partite no, qualche “comparsata”, senza mai lasciare il segno.

Se non nel finale di Regular Season, quando, prima contro Memphis e poi contro Seattle, metteva a referto rispettivamente 13 e 17 punti.

Come a far intravedere una luce. Un bagliore inatteso, dopo lunghi mesi bui, nei quali tanta gente si era già dimenticata di lui.

Tanta gente si, ma di sicuro non i tifosi della sua Bologna. Un “talentino” bizzarro, capace di passare, senza farsi particolari problemi dalla Virtus (squadra che lo aveva lanciato) all’altra metà della Bologna cestistica : quella Fortitudo che nel 2005, a soli 19 anni, trascinò al secondo scudetto della sua storia.

I talent scout della Nba già allora erano venuti ad osservarlo, a visionarlo in attesa che maturasse un po’, per portarselo al di là dell’Oceano.

E se si pensa che il 12 febbraio 2007, il “Beli”, riceveva, a soli vent’anni, uno dei riconoscimenti più importanti del basket italiano, quel “Premio Reveberi”, conosciuto con la denominazione di Oscar del Basket, che ha la peculiarità di poter essere assegnato una sola volta in carriera, forse si possono capire appieno le speranze e l’interesse che circondavano il suo approdo negli States.

Approdo che, per altro, era stato entusiasmante : la pre-season estiva, la giovane promessa del nostro basket, l’aveva chiusa con 22,8 punti di media, guadagnandosi appieno le attenzioni di coach Don Nelson (uno dei tecnici più apprezzati in America), che per un attimo aveva addirittura pensato di metterlo nel quintetto base dei suoi Warriors.

Tanta ambizione, tanta voglia e tanto coraggio : così Marco si era presentato in Usa, sapendo di poter contare anche sull’appoggio di Andrea Bargnani, che era giunto ai Toronto Raptors l’anno prima.

Ma, al contrario, la sua stagione si è rivelata un susseguirsi di apparizioni a scarso minutaggio e di cocenti delusioni.

Il “Beli”, però, è pronto per ripartire e rilanciarsi. D’altronde, come dice lui, è giovane e ha tanto tempo davanti a sé. Le carte in regola per passare da “talento” a “fenomeno” sicuramente le ha. Ora non resta che lavorarci su.

 

belinelli





Scusate Tanto, Ma Io Sono Kobe

11 04 2008

“Non so se vincerò il titolo, però sarebbe una bella risposta a chi dice che non sappia migliorare i miei compagni. Quest’anno ci siamo anche noi per il titolo : Gasol me encanta. E a Pechino voglio battere l’Argentina in finale”.
Le parole tuonano come quelle di un vero leader.
E Kobe Bean Bryant, per tutti semplicemente “Kobe”, lo è ormai da diverso tempo.
Kobe-Lakers è diventato ormai un binomio inseparabile : se si pensa alla storica squadra Nba di Los Angeles non si può che pensare anche al giocatore probabilmente più forte nell’intero panorama del mondo cestistico mondiale.
I Los Angeles Lakers hanno appena sconfitto New Orleans, conquistando il primo posto nella Pacific Division e Kobe si è comportato come al solito da mattatore dell’incontro : 29 punti ed mvp della partita.
Bryant, giocatore di talento immenso e classe sopraffina, maestro nel “tiro cadendo all’indietro”, a 30 anni, è già uno di quei giocatori che passeranno alla storia nel basket e resteranno impressi nella memoria di qualsiasi appassionato.
Basta citare qualche statistica per farsi venire la pelle d’oca : ha vinto 3 titoli Nba, è stato 10 volte all’Nba all star game, 2 volte miglior marcatore Nba, il 22 gennaio 2006 contro Toronto ha realizzato 81 punti (seconda miglior prestazione di sempre!),il 23 dicembre 2007, contro i New York Knicks, è diventato il più giovane giocatore della storia della Nba a realizzare 20 mila punti in carriera, avendo 29 anni e 122 giorni.
Un mostro di bravura. E pensare che nel lontano 1996 fu scelto al draft Nba solamente alla chiamata numero 13, dopo un accordo tra Lakers e Charlotte.
E’ curioso sapere che la sua infanzia l’ha legato inscindibilmente all’Italia : Kobe Bryant infatti è figlio dell’ex giocatore Joe “Jellybean” Bryant, che disputò sette stagioni in Italia fra Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia.
Il piccolo Kobe era il beniamino dei tifosi che accorrevano alle partite italiane del padre: insieme ai coetanei, era il protagonista delle partitelle che si svolgevano nell’intervallo.
Recentemente ha dichiarato : “Da bimbo volevo giocare a basket, ma mi hanno costretto a giocare a calcio. Ero scarso e mi hanno messo in porta. Ci sono rimasto un annetto…”.
E per fortuna che è andata così.
Ora Bryant, da vincente qual’è, per il suo finale di stagione ha in mente solo 2 cose : provare a vincere il titolo con i Lakers e prepararsi per l’olimpiade di Pechino.
E state certi che lo farà con la solita determinazione e il solito sguardo di sfida, come a dire “Fato largo ragazzi, io sono Kobe”.

kobe bryant








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