“Mi aspettavo di avere un po’ più di spazio, è vero, ma sono giovane e ho tanto tempo davanti. Il mio momento arriverà, lo sto aspettando con pazienza. I miei rapporti con coach Nelson? Normali”.
I piedi ben piantati per terra. E’ giusto sognare, ma appena si affronta la dura realtà bisogna rimboccarsi le maniche e ripartire in fretta.
Marco Belinelli, per tutti “Il Beli”, sembra averlo davvero capito.
E con umiltà, dopo aver tirato le somme della stagione appena terminata, è convinto che il futuro, lavorando sodo, gli porterà delle gran belle soddisfazioni.
Il Primo anno in Nba, con l’ambiziosa casacca dei Golden State Warriors, non è andato certamente come Marco si aspettava. Tutti gli Italiani avevano massima fiducia in lui, dopo averlo visto all’opera negli ultimi Mondiali (Giappone 2006) e negli ultimi Europei (Spagna 2007) , con la “canotta” azzurra (miglior realizzatore italiano in entrambe le manifestazioni).
Invece niente. Peccato. Il primo anno oltreoceano, per il ventiduenne bolognese, è passato fin troppo veloce. Belinelli ha giocato pochissimo con i suoi Golden State, pochi minuti, una partita si e otto partite no, qualche “comparsata”, senza mai lasciare il segno.
Se non nel finale di Regular Season, quando, prima contro Memphis e poi contro Seattle, metteva a referto rispettivamente 13 e 17 punti.
Come a far intravedere una luce. Un bagliore inatteso, dopo lunghi mesi bui, nei quali tanta gente si era già dimenticata di lui.
Tanta gente si, ma di sicuro non i tifosi della sua Bologna. Un “talentino” bizzarro, capace di passare, senza farsi particolari problemi dalla Virtus (squadra che lo aveva lanciato) all’altra metà della Bologna cestistica : quella Fortitudo che nel 2005, a soli 19 anni, trascinò al secondo scudetto della sua storia.
I talent scout della Nba già allora erano venuti ad osservarlo, a visionarlo in attesa che maturasse un po’, per portarselo al di là dell’Oceano.
E se si pensa che il 12 febbraio 2007, il “Beli”, riceveva, a soli vent’anni, uno dei riconoscimenti più importanti del basket italiano, quel “Premio Reveberi”, conosciuto con la denominazione di Oscar del Basket, che ha la peculiarità di poter essere assegnato una sola volta in carriera, forse si possono capire appieno le speranze e l’interesse che circondavano il suo approdo negli States.
Approdo che, per altro, era stato entusiasmante : la pre-season estiva, la giovane promessa del nostro basket, l’aveva chiusa con 22,8 punti di media, guadagnandosi appieno le attenzioni di coach Don Nelson (uno dei tecnici più apprezzati in America), che per un attimo aveva addirittura pensato di metterlo nel quintetto base dei suoi Warriors.
Tanta ambizione, tanta voglia e tanto coraggio : così Marco si era presentato in Usa, sapendo di poter contare anche sull’appoggio di Andrea Bargnani, che era giunto ai Toronto Raptors l’anno prima.
Ma, al contrario, la sua stagione si è rivelata un susseguirsi di apparizioni a scarso minutaggio e di cocenti delusioni.
Il “Beli”, però, è pronto per ripartire e rilanciarsi. D’altronde, come dice lui, è giovane e ha tanto tempo davanti a sé. Le carte in regola per passare da “talento” a “fenomeno” sicuramente le ha. Ora non resta che lavorarci su.


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