“Non cercavo un lavoro ma il grande stimolo, la grande sfida e più grande di questa credo che non ci sia. Era impossibile dire di no. Questa sfida è troppo affascinante ed è giunta inaspettata”. Queste sono state le prime parole da allenatore dell’Inter di Leonardo Nascimento de Araújo, noto a tutti come Leonardo.
In effetti, chiunque avrà pensato cosa abbia spinto il quarantunenne brasiliano ad accettare la proposta di Massimo Moratti, dopo aver trascorso oltre 13 anni nel Milan, da giocatore, dirigente, allenatore. Non deve essere stata una scelta facile, per Leo, che fino allo scorso giugno dichiarava pubblicamente di avere cuore e anima rossonere.
La sfida è senza dubbio da Braveheart moderno. Oltre al passato “da Diavolo”, il campione verdeoro sa bene che la recente storia dell’Inter non perdona allenatori poco convincenti. Nel 2010, infatti, Mourinho ha vinto tutto con i nerazzurri. Il suo successore Benitez ha centrato 3 obiettivi su 5 (Supercoppa Italiana, Mondiale per Club e qualificazione agli ottavi di Champions con un turno d’anticipo), ma malvisto e malvoluto da spogliatoio, Presidente, tifosi e giornalisti, ha dovuto ben presto far le valigie.
Ora a Leonardo, per soddisfare le esigenze dell’ambiente interista, ha tre ardui compiti: arrivare in fondo alla Champions, recuperare terreno in campionato e tentare di non snobbare la Coppa Italia. Insomma, in poche parole, deve vincere qualcosa. Perché è questo che si legge nel dna nerazzurro delle ultime stagioni. Non basterà esprimere un calcio divertente, non basterà rilanciare campioni in crisi d’identità come Milito, Maicon, Snejider, non basterà smorzare gli entusiasmi dei cugini rossoneri tornati in auge. Contano, come sempre nel calcio, i risultati.
Il buon Leo, definito da chi lo conosce “ottime persona, gran signore, esempio di classe ed eleganza”, da giocatore è sempre stato un vincente. Con la Nazionale brasiliana ha vinto un Mondiale (1994), una Confederation Cup (1997) e una Copa America (1997). Con i club una Copa Libertadores (San Paolo 1993), una Coppa Intercontinentale (San Paolo 1993, in finale contro il Milan) e uno Scudetto (Milan 1999).
La passata stagione Galliani (e inizialmente, ma solo inizialmente, Berlusconi) ha dato la possibilità a Leonardo di cominciare la sua carriera da allenatore. Sulla panchina rossonera sono arrivati pochi alti (storica vittoria per 3-2 al Bernabeu, sublimi prestazioni contro la Juve e qualche goleada casalinga) e tanti bassi (disfatta nei derby, eliminazione disastrosa dalla Champions in casa del Manchester United e infortuni nei momenti decisivi). Alla fine dell’anno il Milan ha concluso al terzo posto, con 70 punti, frutto di 20 vittorie, 10 pareggi e 8 sconfitte. Leo è stato salutato dall’affetto di SanSiro all’ultima giornata, dopo la vittoria con la Juve, con i tifosi rossoneri convinti che, senza le assenze nei momenti chiave di Pato e Nesta, il bel gioco espresso e la personalità del mister avrebbero potuto migliorare lo score finale.
Dopo questa scelta per Leonardo le prospettive sono due, un bivio senza scampo: o conquista il cuore degli interisti e di Moratti a suon di belle prestazioni e risultati incoraggianti, o finisce solo, triste ed esonerato. Consapevole di aver ferito entrambe le corazzate milanesi, ma felice di averci almeno provato, con il solito charme principesco e il classico sguardo da vero uomo coraggioso.
Squadre allenate : Milan, Inter
Titoli internazionali conquistati : /
Titoli nazionali conquistati : /
Modulo tattico adottato : 4-2-fantasia. O almeno tutti l’hanno ribattezzato così. In realtà Leonardo si ispira ad un altro storico allenatore brasiliano anni ‘80, l’indimenticabile Telè Santana (allenò i verdeoro ai Mondiali 1982 e 1986). Santana ha allenato Leonardo nella stagione 1990/1991 al San Paolo e da quel momento ne è diventato il mentore: difesa a 4, alta e protetta da due mediani forti e instancabili. Poi 4 uomini d’attacco, interscambiabili nei ruoli, senza punti di riferimento fissi per le difese avversarie.
“Pupilli” :
Kakà (amico di Leo. Lo ha fatto scoprire al Milan, lo vorrebbe all’Inter)
Ronaldinho (Se Dinho l’anno scorso è rinato lo deve solo a Leo)
Pato (l’ideale per il gioco offensivo di Leonardo)
Thiago Silva (Altra sua scoperta, altro suo grande orgoglio)
Abate e Antonini (Li ha inventati terzini, con qualche soddisfazione)





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